Camminava, cupa figura nel cupo paesaggio, e la mente turbinava dolorosa rimestando ricordi mai seppelliti : pensava alle stelle…
…che brillavano nel cielo come schegge di diamante sparpagliate sul velluto nero.
Raccolse un sasso grande la metà del suo pugno; poi, flettendo il braccio, lo scagliò attraverso l’oscurità. Il ciottolo colpì fragorosamente i rinforzi di ferro delle imposte, troppo fragorosamente, pensò il ragazzo. Con un tuffo si nascose dietro un cespuglio, piccolo per poterlo nascondere. Rimase sdraiato a terra trattenendo il respiro, nella speranza che le ombre della notte lo coprissero più dell’aiuola. Dopo meno di un minuto la finestra si aprì con un cigolio prolungato e una figura si affacciò, appena distinguibile nell’oscurità.
Voltò la testa a destra e a sinistra, finchè puntò lo sguardo nella sua direzione. Agitò allora un braccio, prima di scomparire di nuovo nel buio della stanza retrostante. Un attimo dopo riapparve, srotolò dall’apertura una fune, e si calò con sorprendente rapidità. Il giovane si alzò dal prato sollevato quando la ragazza lo raggiunse correndo. Gli sorrideva, alla luce chiara della luna.
(…)
“Dai andiamo.”
Senza aspettare una risposta, la ragazza cominciò a correre attraverso il giardino erboso. Dopo un attimo di esitazione, lui la seguì. Si muovevano silenziosi tra gli alberi e i cespugli; ogni tanto lei si fermava voltandosi per incitarlo a sbrigarsi. Lui rimaneva sempre un po’ indietro: avrebbe potuto raggiungerla senza difficoltà, ma preferiva seguirla per poter osservare l’agile figura spostarsi nella notte rischiarata dagli impalpabili raggi lunari. Sentiva il cuore pulsargli quasi dolorosamente nel petto.
“Li senti?”
Erano seduti su un folto tappeto erboso sul ciglio di una collina. Ve ne erano molte in quella zona della città: sorgevano dolci a ondulare delicatamente il terreno. Sotto di loro la massa scura dei caseggiati formava una coltre uniforme, dalla quale i tetti appuntiti sbucavano a fatica, annegati dalle ombre onnipresenti. Puntini di pallida luce si scorgevano appena, sparsi senza logica apparente lungo le strade nascoste. Più in là la possente cinta muraria strozzava la città, impedendole di respirare gli invisibili spazi esterni.
Oltre, il mondo sembrava cessare.
Il giovane si stese supino. Sondò con lo sguardo le profondità del cielo che li sovrastava nero, infinito. Le stelle ardevano pulsando lievi, innumerevoli cuori che alimentavano l’immenso. La maestosità dello spettacolo gli rigenerava l’anima, contaminata dalla meschinità del paesaggio cittadino; la magnificenza della volta celeste gli faceva quasi dimenticare la miseria del mondo dal quale l’ammirava. Un delicato profumo di gigli e di rose gli giungeva alle narici, trasportato dalla tiepida brezza primaverile, fedele promessa dell’estate ormai prossima. (…)
“Li senti?” ripetè la ragazza piano. “I fiori, li senti? Ci sono notti in cui non dormono. Se mi sforzo un pochino, mi sembra quasi di sentirli respirare” così dicendo si protese, come in ascolto, la bocca appena dischiusa, quasi a voler aspirare il dolce aroma dell’aria.
Lui si sollevò su un gomito ad osservarla: la luna le disegnava perlacei i delicati lineamenti del viso, si rifletteva vivace negli occhi castani, indugiava tra le morbide pieghe dei lunghi capelli ricci. Sentiva il respiro scivolargli a fatica fuori dai polmoni, avvertiva il cuore accelerargli nel petto, costringendo il sangue a scorrere veloce, causandogli un piacevole senso di smarrimento.
Quant’ è bella, pensava disorientato, quant’è bella…
“Ti amo.”
La dolcezza di quelle parole si adagiò piano sulla fragile superficie del silenzio, quasi timorosa d’incrinarlo. La giovane si voltò, lo sguardo ricolmo di una confusa meraviglia, inferiore soltanto alla limpida felicità espressa dal tenero sorriso che lentamente si andava schiudendo sulle sue labbra.
“Ti amo,” ripetè lui, piano, assaporando quasi le parole, “e certe volte mi sembra di non riuscirlo a dire perché la voce mi si blocca in gola, impedendomi di respirare. Io…”
Lei gli posò una mano sulla bocca, e il giovane ne avvertì il tremito leggero. Sembrò in procinto di parlare, ma le labbra si sciolsero definitivamente in un tenero sorriso, mentre gli cingeva il collo con le esili braccia, attirandolo a sé. Avvertì la leggerezza dell’alito tiepido quando lei gli avvicinò la bocca all’orecchio.
“il mio cuore…il mio cuore è sveglio questa notte, e profuma dei gigli dell’aria. Lo puoi sentire Lothar, lo puoi sentire…”
L’uomo strinse la donna tra le braccia. Inspirò lungamente l’aria, avvertendo tra i capelli le impalpabili dita del vento…
Trilogia di Lothar Basler. La lama del dolore.
(cap.II, par 6)

"La dolcezza di quelle parole si adagiò piano sulla fragile superficie del silenzio, quasi timorosa d’incrinarlo."
Vi auguro un meraviglioso San Valentino...ricordando che l'Amore, quello puro e non convenzionato...quello fragile e chiaroscuro, quello vero che fa tremare...non aspetta giorni ne mesi per essere onorato e festeggiato.
Tutto quello che sogno è racchiuso in queste righe, nel tremore di Lothar e nel fragile sorriso della sua Helena, il suo piccolo fiore di giglio.
Auguro a tutti un Amore così...dal profumo dei gigli, pulito e semplice come poche cose oramai sono rimaste.
Un Amore raro, insomma.
A tutti voi, fidanzati o no, che questa sera siate vicini o no, clandestini o no...
...l'augurio di un eterno batticuore.

FdL